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Flusso #2
Arrotolo una sigaretta nella paglia. E l’accendo tra le labbra.
Le mie farfalle gustative trasmettono qualcosa di amaro.
Cancelli di fumo si alzano tra ciò che sono e ciò che non so di essere.
Hanno chiuso i rubinetti perché il bagno non si allaghi.
Serve fatica anche per pisciare. Non sono notti insonni. Notti
in cui la necessità di chiudere gli occhi si scontra con il filo
che tiene aperta la porta della stanza. Chiusa nel mio loculo aspetto
l’avvento di un mondo senza finti topi né tastiere.
Limarmi le unghie per non farmi male. Mentre le lame vorticano intorno
nel mio cervello come pale di un ventilatore di un agosto.
Mi rivolgo a chi ormai non esiste più. Indagini semiotiche sui processi
cognitivi che sfrecciano sull’autostrada convulsa
del concepibile. Ogni frase racchiude i simulacri del mio ultimo
percepire, per una logica in conflitto con le parole
da ascoltare. Correggere i refusi calcando tanto con la penna
che non si può interpretare. Cercare un orgasmo in un film,
e ancora e ancora. Finché il letto non s’innamori di me. Continuare
ad amare qualcuno perché in nessun caso riuscirei a dimostrargli
di odiarlo. Amare una persona nella memoria per necessità.
Festeggiamenti e cenette e la mattina la torta
è spalmata a terra. Esalazioni di candeggina per svenire
e accorgermi di essere un corpo fra tanti. E la mattina non spegnere
la sveglia ma lasciare che continui a strillare, come monito
che mi sto perdendo il sole.

Un vasodilatatore:
la nicotina, per sentire i pensieri scorrere più fluidi.
Sapere che di cartapesta e colla sono fatte le mie emozioni.
E galleggiare nella stessa merda di chiunque. Poi nuotarci dentro
per avere che scrivere. Non si aprono i cancelli se
non hai la chiave. E cerchi di rispondere alle 5w del valente
giornalista invece che alle mie incognite, corde vibranti di vita.
Uno sforzo che sai vano vale l’altro. Collane appese al chiodo
mi guardano da lontano implorandomi di essere
indossate. Invece io lascio che siano macchie di ornamento sul muro
che frana. Salgo le scale per ritornare a dormire.
Prendo l’ascensore per andare in cortile. Non rispondere
agli oroscopi dato che il placebo non è una medicina vera.
Ma gli effetti, quelli sì. E non è poesia né prosa il flusso senza filtro
che vomito sulla carta. È conversare in inglese
sul golfo di Napoli. Avere anche solo un interlocutore
che sta a Londra. Perché se mi stai troppo vicino, poi ti allontano io.
E allora fai bene a sposarti con l’amore della tua vita. Contratti
più efficaci di un impulso così allarmante. Smalti che
per ripicca si seccano se non li usi. Tatuaggi, ma senza inchiostro
che ne abbiamo già sprecato abbastanza. Perché troppo abbiamo parlato
del dolore senza accorgerci di essere anestetizzati. Gli
aggiornamenti per strada sui manifesti dipinti.
Per immedesimarmi meglio a piedi scalzi pulisco il pavimento.
E dover aprire il rubinetto ogni volta per poter andar
al cesso. Piangendo siamo fuggiti perché il cambiamento è positivo,
ma siamo persi finché non ritroviamo una routine.
Spero che domattina qualcuno mi svegli. Ma forse il sole non
sorgerà lo stesso per me.
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1 commento »

  1. martasultubo Said:

    Stimola il riso_amaro.
    Saggia ragazza, terzultima sentenza mi colpì: fotografia di una stupidità (ma il giudizio resta sospeso qui) congenita all’umanità?


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